Cosa sono i Disturbi Pervasivi


Autismo che fare? Indicazioni per famiglie e professionisti

Interventi per l’autismo e altri DPS

L’intervento educativo sui comportamenti problema nel ritardo mentale grave e nell’autismo

I primi passi del percorso verso la comunicazione

 

 

Autismo, che fare? Indicazioni per famigliari e professionisti

Paolo Moderato, Professore di  Psicologia Generale, Università IULM Milano

 

Tratto dalla Rivista: Autismo Oggi

 

 

Il modello cognitivo-comportamentale comincia ad essere finalmente popolare anche in Italia: è un modello che nasce nel mondo anglosassone, e che ha avuto inizialmente difficoltà ad integrarsi nella nostra cultura, ma progressivamente si è diffuso in modo sempre più ampio grazie alle evidenze empiriche che lo sostengono e alle ripetute prove di efficacia. Cercherò di dare in breve alcuni punti di riferimento, analizzando quelli che io considero i concetti-perno attorno a cui sviluppare non tanto degli schemi rigidi di intervento ma delle procedure flessibili che possano rendersi utili nel campo dell’autismo. In sintesi un modello cognitivo-comportamentale si potrebbe definire come l’applicazione finalizzata di tutto ciò che abbiamo conosciuto scientificamente e sperimentalmente  nel corso del  secolo scorso relativamente a quella che è l’interazione principale degli esseri umani, cioè l’apprendimento. Nel 1900 sono stati fatti progressi importanti nel campo dell’apprendimento - anche se l’apprendimento era stato studiato anche in precedenza-  semplicemente perché questo fenomeno, questo modo di interagire degli esseri viventi e in modo particolare degli essere umani è stato affidato all’indagine scientifica, che significa osservazione sistematica e raccolta di dati.

 

L’apprendimento è un processo naturale: che bisogno abbiamo noi di finalizzarlo? In realtà noi lo finalizziamo sempre, altrimenti l’uomo non avrebbe creato quella che è la cultura dell’umanità. Il concetto di finalizzazione dell’apprendimento quindi non è specifico né delle persone in condizione di handicap, né delle persone con autismo, né di persone con qualunque altro tipo di problema: è un concetto assolutamente generale, che permette la trasmissione e  lo sviluppo della cultura. Tuttavia quando noi parliamo di apprendimento finalizzato, cioè di un’interazione proposta verso un fine, dobbiamo tenere presente alcune fondamentali differenze tra le persone cosiddette, tra mille virgolette, “normali” e le persone che presentano un certo tipo di handicap o che si trovano in situazione di handicap. Le differenze riguardano i ritmi di apprendimento, il rapporto con l’ambiente e il rapporto tra ciò che viene “immesso” e ciò che rimane come acquisito nel magazzino.

 

Un aspetto su cui non soffermiamo abbastanza la nostra attenzione è quanto le persone “normali” imparano attraverso interazioni ambientali spontanee. Riprendo un concetto di cui si è già parlato, quello di approccio naturalistico, perché si tratta di un concetto chiave per capire come per rendere un’interazione artificiale e stimolata altamente efficace sia necessario renderla il più possibile simile a una spontanea.

 

 L’altro punto fondamentale è  quanto rimane di queste interazioni: con una metafora possiamo paragonare l’apprendimento come l’atto di riempire un grosso contenitore che ha un collo molto stretto. Per fare questo abbiamo a disposizione due possibili modalità: versare il liquido goccia a goccia in maniera intensiva, programmata e costante, o versare molto liquido in maniera disordinata, sapendo però che molto del liquido che stiamo versando andrà perso.

 

Quello che vorrei ribadire è che al di là della artificialità finale il discorso parte da un’analisi naturalistica, cioè da una scienza che cerca di spiegare come funzionano alcuni aspetti del mondo. Questo accade con tutte le scienze di base, dalle quali vengono derivati alcuni programmi di intervento.

 

Tutte le scienze richiedono un certo periodo di tempo dopo le prime scoperte per produrre programmi efficaci: tuttavia già prima delle ricerche scientifiche si possono vedere alcune applicazioni. È evidente che man mano che aumenta la complessità dell’obiettivo su cui intervenire aumenta la necessità di perfezionare l’intervento. Allora è chiaro che se noi disponiamo di un programma che funziona normalmente con dei soggetti normali, nel momento in cui abbiamo delle persone con specifici bisogni abbiamo la necessità di mettere a punto dei programmi con caratteristiche individualizzate.

Tutta la promettente importantissima ricerca sulla genetica dell’autismo parte dall’analisi del fenotipo comportamentale, cioè dalle strutture cognitivo-comportamentali che possono essere manifestate.

 

Bibliografia

 

Cavagnola R., Moderato P., Leoni M. (2005), Autismo: che fare, Vannini Editrice, Gussago (Brescia)

 

Cohen D.J., Volkmar F.R. (2004), Autismo e disturbi generalizzati dello sviluppo, Vol. I: Diagnosi e assessment, Vannini Editrice, Gussago (Brescia)

 

Cohen D.J., Volkmar F.R. (2004), Autismo e disturbi generalizzati dello sviluppo, Vol. II: Strategie e tecniche di intervento, Vannini Editrice, Gussago (Brescia)